Il Consiglio di Stato con la sentenza n. 7246/19, depositata il 24 ottobre, ha espresso il seguente principio: “…é configurabile in capo alla Pubblica Amministrazione la responsabilità per violazione dei canoni di correttezza e buona fede ex art. 1337 c.c. laddove, a seguito dell’ammissione di un’iniziativa imprenditoriale alla fruizione di un finanziamento pubblico, provveda solo a distanza di anni all’esclusione della stessa per assenza dei requisiti di ammissibilità”.

La questione è nata in Veneto, dove una società aveva partecipato nel 2002 ad un bando indetto dalla Regione per il parziale finanziamento dei costi di investimento imprenditoriale. La società veniva inserita nella graduatoria dei progetti ammessi al finanziamento ma, a distanza di circa 7 anni e dopo diversi scambi di documentazione tra Regione, Comune e società, la Direzione Commercio regionale con decreto riconosceva alla società un contributo nettamente ridotto rispetto all’iniziale deliberazione.
Il TAR Veneto accoglieva il ricorso presentato dalla società avverso tale atto affermando che «è plausibile affermare che nel corso degli anni si sia formato, in capo alla ricorrente, un ragionevole e concreto affidamento sulla liquidazione e sul pagamento del contributo in misura corrispondente all’importo assegnato. […] La Regione avrebbe perlomeno dovuto dare conto, nell’atto impugnato, della sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale a ridurre il contributo assegnato». Il TAR ha dunque annullato il decreto impugnato, facendo salvi gli ulteriori atti adottati dall’Amministrazione ma non si pronunciava sulla richiesta di risarcimento del danno per responsabilità contrattuale.
La questione è infine giunta dinanzi al Consiglio di Stato su ricorso della Regione secondo cui, in virtù dell’iniziale errore nell’erogazione del contributo in assenza dei requisiti richiesti, costituiva atto dovuto la revoca del contributo stesso essendo in tal caso l’interesse pubblico
in re ipsa.

Il Collegio precisa che, secondo la consolidata giurisprudenza, «la revoca del contributo pubblico costituisce un atto dovuto per l’Amministrazione concedente, che è tenuta a porre rimedio alle conseguenze sfavorevoli derivanti all’Erario per effetto di un’indebita erogazione di contributi pubblici» quando risulti che il beneficio sia stato accordato in assenza dei presupposti di legge, «essendo l’interesse pubblico all’adozione dell’atto in re ipsa quando ricorra un indebito esborso di danaro pubblico con vantaggio ingiustificato per il privato» (Cons. Stato nn. 2380/15 e 2381/15).


Sulla base di tale premessa, nonostante la legittimità e la doverosità dell’atto impugnato, il Collegio riconosce comunque una «responsabilità dell’Amministrazione non causalmente riconducibile al doveroso e legittimo esercizio del potere di autotutela, ma piuttosto per il fatto che la stessa si è avveduta dell’inammissibilità della domanda di contributo della Società solo nella fase procedimentale successiva all’emanazione della delibera giuntale n. 1064/2003, cioè una volta decorsi ben cinque anni da tale delibera».

Viene dunque riscontrato un contrasto con i canoni di correttezza e buona fede previsti dall’art. 1337 c.c. essendosi verosimilmente ingenerato nella società un ragionevole affidamento nella legittimità della delibera iniziale.