Il conferimento dell’incarico al difensore di fiducia, avvenuto con la produzione di una semplice copia dell’atto trasmessa via PEC, non può avere efficacia dimostrativa della volontà dell’interessato.

Lo ribadisce la Corte di Cassazione con sentenza n. 38665/19 depositata il 19 settembre.

Il Giudice dell’esecuzione, dopo aver rigettato l’istanza di rinvio per legittimo impedimento dell’avvocato, revocava l’indulto al condannato per aver commesso nel corso del quinquennio dall’entrata in vigore della l. n. 241/2006 un delitto non colposo per il quale aveva riportato la condanna a non meno di due anni di reclusione.
Il difensore propone ricorso per cassazione per lesione del diritto di difesa nel procedimento camerale, per aver il giudice dell’esecuzione disatteso sia l’istanza di rinvio dell’udienza, sia la nomina fiduciaria, entrambe inviate a mezzo PEC.

L’art. 96, comma 2, c.p.p. prevede che la nomina del difensore di fiducia deve essere fatta «con dichiarazione resa dall’autorità precedente ovvero consegnata alla stessa dal difensore o trasmessa con raccomandata», la Cassazione afferma che tale formalità non ammette equipollenti. Infatti, non è possibile equiparare l’invio del mandato difensivo tramite lettera raccomandata alla trasmissione telematica via PEC, in quanto quest’ultima non è idonea a garantire la provenienza della missiva, e neppure l’originalità della firma e della sottoscrizione del documento allegato.
A sostegno di quanto affermato, la Corte ribadisce il principio secondo cui la nomina del difensore di fiducia deve essere depositata dinanzi al giudice che procede e deve essere eseguita mediante forme tali da non ammettere dubbi e incertezze sull’individuazione della persona incaricata. Certezza che può essere raggiunta solo con la produzione rituale dell’atto di scelta, il quale deve dimostrare indiscutibilmente la volontà dell’interessato attraverso l’autografia o la personale dichiarazione.
Pertanto, il conferimento dell’incarico avvenuto con la produzione di una semplice copia dell’atto trasmessa a mezzo PEC non può avere efficacia dimostrativa.
Per tutti questi motivi, la Cassazione rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.