In tempi recentissimi, gli Ermellini – con sentenza n. 21748/19, depositata il 17 maggio – ha disposto che, sebbene nei delitti di falso l’elemento soggettivo sia il dolo generico, quest’ultimo non può considerarsi in re ipsa «in quanto deve essere rigorosamente provato, dovendosi escludere il reato quando risulti che il falso deriva da una semplice leggerezza ovvero da una negligenza dell’agente, poiché il sistema vigente non incrimina il falso documentale colposo».

La vicenda riguarda l’impugnazione di una sentenza pronunziata il 16 ottobre 2017 dalla Corte di Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, che condannato l’imputato M.I.M. per falso materiale in atto pubblico di fede privilegiata. Nello specifico, l’imputato, essendo ufficiale giudiziario delegato per le notifiche presso una sezione territoriale  del Tribunale di Taranto, aveva contraffatto la relata di notifica alla parte soccombente apposta all’originale di una sentenza civile nella parte concernente la data, cancellando quella errata (27 dicembre 2006) ed apponendovi quella in cui effettivamente era stato dato corso alla notifica (9 gennaio 2007).

Dal diverso addebito di falso ideologico quanto all’originaria indicazione della data del 27 dicembre 2006 quale giorno di notifica della sentenza, l’imputato, nell’ambito di altro procedimento, era stato assolto dal Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Taranto con sentenza passata in giudicato. Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per Cassazione il difensore dell’imputato.

La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’Appello di Lecce per un nuovo esame, rilevando che la motivazione della sentenza impugnata, quanto all’elemento soggettivo del reato, è carente in quanto sembra confondere i due piani della sussistenza inconfutabile del falsus e quello del dolus riscontrabile nel soggetto agente, finendo per esaurire nel primo l’analisi del secondo. Al contrario – precisano sempre gli Ermellini – la Corte territoriale del Tribunale di Taranto avrebbe dovuto «interrogarsi sulle interferenze che la finalità correttiva che aveva pacificamente animato l’operato del M. potesse avere avuto rispetto alla volontarietà circa l’esito finale dell’azione, vale a dire l’alterazione dell’annotazione della data della notifica della sentenza».