Il profilo social dell’utente è luogo virtualee la pubblicazione di contenuti offensivi sulla “bacheca” Facebook costituisce una forma diffamatoria di comunicazione con più persone.

La Cassazione ha qualificato il profilo Facebook quale luogo aperto al pubblico, in considerazione del fatto che l’accesso risulta consentito a tutti gli utilizzatori del predetto social network.

L’interpretazione dell’articolo 595 del codice penale si adegua ai tempi e alle dinamiche del web.

La diffamazione a mezzo Facebook, in particolare con riferimento a post diffamatori, può verificarsi in due generali ipotesi:

1) la prima è quella della pubblicazione su pagine personali, alle quali, per accedere, è necessario il consenso del titolare, ove si deve ritenere la comunicazione non potenzialmente diffusiva e pubblica;

2) la seconda è caratterizzata dalla pubblicazione di post, commenti o quant’altro su pagine nelle quali l’utente non sceglie direttamente i propri interlocutori.

Da ultimo la Suprema Corte ha qualificato la diffamazione tramite social network come situazione aggravante, la stessa aggravante che si riscontra anche per altre forme di condivisione di contenuti come chat, mail oppure sms.

L’art 595 comma 3 prevede che l’ipotesi aggravante si configura quando l’ espressione lesiva sia prodotta col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” .

La genericità della formulazione relativa al mezzo di pubblicità è stato interpretato in senso estensivo, e ai tempi dei social network include anche i post su Facebook.

La suprema Corte con sentenza n. 9385/2018 ha precisato come la pubblicazione di un commento offensivo sulla bacheca di Facebook rientri all’interno del reato di diffamazione aggravato, punito con una multa non inferiore ai 516 euro e con la reclusione dai 6 mesi ai 3 anni.

La Cassazione da ultimo con sentenza sentenza numero 12546 del 20 marzo 2019in cui si legge che il social network è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone”. Ma il reato non può dirsi posto in essere col mezzo della stampa, non essendo i social network destinati ad un’attività di informazione professionale diretta al pubblico.

Tale decisone esclude l’ulteriore aggravante prevista per attribuzione di un fatto determinato con il mezzo della stampa (art. 13, L. 47/1948).