Secondo la Corte di Cassazione Penale, con sentenza n. 18305/19, la sentenza di non luogo a procedere emessa, ex art.425 c.p.p., in epoca successiva all’entrata in vigore della l. n.103/2017, che ha modificato l’art. 428, comma 1, c.p.p., è appellabile e non ricorribile per cassazione, neppure con ricorso per saltum; ciò posto, il ricorso proposto in sede di legittimità avverso tale sentenza deve essere qualificato e convertito in appello.  

L’art. 1, comma 38, della legge citata ha sostituito, infatti, a decorrere dal 3 agosto 2017, data dell’entrata in vigore del provvedimento normativo, l’art. 428 c.p.p., comma 1, nella parte in cui prevedeva la ricorribilità della sentenza pronunciata a norma dell’art. 425 c.p.p., stabilendo che la stessa è oggi appellabile dalle parti legittimate, tra le quali il Procuratore Generale (Sez. 4, ord. n. 29520 del 6/6/2018, Pasquarelli, Rv. 272967).

Il provvedimento impugnato dinanzi ai Giudici di P.zza CavourS è stato emesso in data successiva all’entrata in vigore della nuova formulazione dell’art. 428 c.p.p., sicché esso deve ritenersi appellabile e non ricorribile dinanzi alla Corte di cassazione. L’orientamento in esame, peraltro, non risulta contraddetto dalle pronunce Sez. 5, n. 10142 del 17/1/2018, C., Rv. 272670 e Sez. 5, n. 46430 del 13/9/2017, Bruzzese, Rv. 271853 (pur segnalate difformi nella banca dati CED rispetto alla citata ordinanza n. 29520 del 2018), poiché queste ultime si sono limitate a segnalare, condivisibilmente, che la disciplina con ci si è prevista l’appellabilità in luogo della ricorribilità in cassazione delle sentenze di non luogo a procedere deve ritenersi applicabile solo ai provvedimenti emessi successivamente all’entrata in vigore della L. n. 103 del 2017, mentre essa è pacificamente operativa per quelli emessi successivamente a tale entrata in vigore.

 Non può ritenersi configurabile, nel caso di specie, neppure una ipotesi ricorso immediato, c.d. per saltum, poiché, come è stato già affermato dalla citata ordinanza della Quarta Sezione n. 29520 del 2018 esistono ragioni ostative a tale opzione interpretativa.
E difatti, gioca in tal senso, anzitutto, il tenore letterale della disposizione di cui all’art. 569 c.p.p., comma 1: il ricorso per saltum, infatti, è previsto da tale norma solo avverso le sentenze di primo grado e non, quindi, per ogni tipo di decisione del giudice.
Sul punto, la Corte di legittimità ha già affermato in passato che, nel vigente ordinamento processuale, il ricorso per saltum è limitato alla sola fase della cognizione, come si desume dalla lettera del richiamato art. 569 c.p.p., comma 1, che attribuisce tale facoltà alla parte che ha diritto ad appellare la sentenza di primo grado (cfr. Sez. 6 ord. n. 9970 del 15/02/2005, Rv. 231179) e, dunque, il provvedimento con cui si chiude il giudizio di cognizione di primo grado.

Inoltre, deve sottolinearsi che, quando il legislatore ha inteso estendere la facoltà del ricorso immediato oltre i limiti di cui all’art. 569 c.p.p., lo ha fatto espressamente, indicando la possibilità di impugnazione diretta in cassazione con una apposita previsione normativa (ad esempio nel caso dell’art. 311 c.p.p., comma 2, in tema di misure cautelari).
Ulteriore conferma alla esclusione della possibilità di proporre ricorso per saltum nel vigente quadro normativo emerge dal confronto tra il testo dell’art. 428 c.p.p., precedente alla modifica legislativa di cui alla L. n. 46 del 2006, e quello attuale, consegnato all’interprete dalla citata novella del 2017.

Ebbene, l’art. 428 c.p.p., ante L. n. 46 del 2006, prevedeva l’appellabilità della sentenza di non luogo a procedere e, al comma 4, prevedeva, altresì, espressamente, anche la possibilità, per il Procuratore della Repubblica, il Procuratore Generale e l’imputato, di proporre ricorso immediato per cassazione a norma dell’art. 569 c.p.p..

Tale possibilità, tuttavia, oggi non è stata reintrodotta nel novellato art. 428 c.p.p., nonostante il ripristino dell’appellabilità della sentenza di non luogo a procedere, sicché appare corretto ritenere che il legislatore abbia voluto evitare di ripercorrere le tracce passate della procedura di impugnazione delle sentenze di non luogo a procedere, bensì abbia voluto circoscriverne la possibilità alla cognizione di merito, sottraendo alla Cassazione una porzione non minima di contenzioso, nell’ottica di alleviarne i carichi e diminuirne le competenze non collegate direttamente al suo ruolo di giudice dell’interpretazione nomofilattica.
Appare corretta, pertanto, la prospettiva che conclude nel senso della sola appellabilità della sentenza di non luogo a procedere, poiché avverso la stessa non è proponibile il ricorso immediato ai sensi dell’art. 569, c.p.p..

Ai sensi dell’art. 608 c.p.p., comma 2, il ricorso dell’imputato, dunque, deve essere riqualificato in appello.
In conclusione, all’esito del ragionamento complessivamente sinora svolto, può enunciarsi il seguente principio di diritto: la sentenza di non luogo a procedere emessa, ai sensi dell’art. 425 c.p.p., in epoca successiva all’entrata in vigore della L. n. 103 del 2017, che ha modificato l’art. 428 c.p.p., comma 1, è appellabile e non ricorribile per cassazione, neppure con ricorso per saltum; sicché il ricorso proposto in sede di legittimità avverso tale sentenza deve essere qualificato come appello.